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Il ritardo cronico: una questione di tempo (e di rispetto)

Il ritardo cronico: una questione di tempo (e di rispetto)

Tempo lettura stimato: 4 min

…mi sono imbattuto in un articolo del National Geographic dal titolo “Alcune persone sono sempre in ritardo. La scienza può spiegarne il motivo.
L’ho aperto per curiosità e dopo poche righe ho pensato a tutte le persone che frequento ogni giorno, tra lavoro e vita privata.

Il mio mondo di conoscenze si divide in almeno tre categorie. Quelli che arrivano dieci minuti prima, quelli che “arrivo subito” e poi compaiono mezz’ora dopo e quelli che vivono in un tempo tutto loro, quasi in un’altra dimensione. Non faccio nomi, ma potrei farne a decine.

La cosa interessante è che non c’entra solo l’educazione. La scienza spiega che c’è proprio un modo diverso di percepire il tempo. Alcuni lo vedono come una linea, altri come un’onda, altri ancora come una specie di gomma da masticare.

Il ritardatario per vocazione

Sono circondato da figure straordinarie che condividono una caratteristica sorprendente: una cronica, inarrestabile incapacità di sincronizzarsi con gli orari.
Non lo fanno apposta, ne sono certo. O almeno ne sono quasi certo.

Uno dei miei clienti arriva sempre con un quarto d’ora di ritardo. Puntuale nel ritardo. Mi stringe la mano e mi dice: “Scusa, piccolo imprevisto”. Lo dice ogni volta. E ogni volta mi chiedo se questi imprevisti non siano in realtà un grande piano cosmico che si diverte a testare la mia diplomazia.
E poi ci sono i collaboratori, quelli che in ufficio tengono in piedi tutto: gestiscono qualsiasi emergenza, con una calma quasi eroica trovano soluzioni che agli altri non sarebbero mai venute in mente e riescono pure a raffreddare gli animi quando la tensione sale. Hanno però una piccola caratteristica di serie: la puntualità non rientra tra le opzioni disponibili. Entrano con l’aria di chi ha già affrontato tre vite prima di varcare la porta. Sono in ritardo, sì, ma così genuini che alla fine ti viene quasi naturale lasciar correre.

La frase chiave: “solo un attimo”

La frase chiave di ogni ritardatario è “solo un attimo”.
È universale. Non cambia mai.

Solo un attimo che rispondo a questa email.
Solo un attimo che finisco upload.
Solo un attimo che chiudo questo file.

Quell’attimo, però, non è mai un attimo. Lo sanno tutti, tranne chi lo pronuncia.

Ogni volta che lo sento, nella mia mente parte un cronometro silenzioso: so già che dovrò aspettare, so già che chi deve arrivare, arriverà trafelato, so già che mi dirà “non succederà più”.
Ed è qui che inizia la parte più ironica della storia: succede sempre.

Perché il ritardo dà così tanto fastidio?

Il ritardo ha un impatto molto maggiore di quanto pensiamo.
Non è solo una questione di tempo perso, è una questione di messaggio.
E il messaggio, volente o nolente, è: “Il mio tempo è più importante del tuo”.

Non è vero, e spesso non è quello che la persona vuole comunicare. Ma è ciò che arriva.

Nel mondo del lavoro la puntualità è una forma di rispetto. Quasi una stretta di mano invisibile. Quando arriva un ritardo sistematico, la relazione ne risente. Si crea un senso di confusione, a volte di poca affidabilità. E lavorare bene richiede fiducia, ritmo, chiarezza.

Le mie teorie personali sul ritardo cronico

Dopo anni di osservazione diretta sul campo, direi come un ricercatore universitario, ho elaborato tre possibili spiegazioni, del tutto empiriche ma sorprendentemente ricorrenti.

  • Prima teoria: c’è chi ha un rapporto ottimistico con il tempo. Crede davvero che tutto sia più rapido di quanto è. Non lo fa apposta.
  • Seconda teoria: c’è chi vive la giornata come una serie di eventi che si sovrappongono. Non sequenze, ma nuvole. Ed è difficile incastrare le nuvole negli orari.
  • Terza teoria: c’è chi ha un talento innato nel creare micro-imprevisti. Dimenticano le chiavi, trovano traffico anche nelle strade vuote, si ricordano di una cosa importante proprio mentre stanno uscendo. Una forma di auto-sabotaggio gentile, ma efficace.

E io? Sono sempre puntuale?

Cerco di esserlo, al 99% lo sono, non sono perfetto.
Parlo in prima persona perché non voglio fingere di esserne immune. Anche io, qualche volta, sono convinto che fare tre piccole attività prima di uscire mi ruberà “solo due minuti”. Peccato che quei due minuti vivano una vita propria e si allunghino come una pasta fresca tirata a mano.

Ho imparato però a prevenire gli incidenti più prevedibili: preparo ciò che posso con anticipo, non incastro mille attività vicine all’appuntamento, ho l’orologio impostato avanti di cinque minuti, uso un ulteriore margine mentale per gli appuntamenti importanti.

Il ritardo cronico è uno dei grandi misteri moderni. Si insinua nelle giornate, complica le agende, mette alla prova i rapporti professionali. Ma racconta anche il modo in cui viviamo il tempo, il lavoro, le priorità.

C’è chi arriva con qualche minuto di anticipo, chi sistematicamente un po’ dopo e chi si presenta solo quando il suo orologio interiore dà il via libera.

In fondo conta una cosa: riuscire davvero a incontrarsi, non solo “vedersi”.
Sugli orari possiamo venirci incontro.
Sul rispetto, quello no, non è trattabile.

 

 

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